LA VIOLENZA FASCISTA IN ETIOPIA

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FONTE:

https://seieditrice.com/la-torre-e-il-pedone/files/2012/04/U7_approfondimento-A.pdf

Una guerra nazionale e di massa

Le truppe italiane varcarono il fiume Mareb (che segnava all’epoca il confine tra l’Eritrea, colonia italiana, e l’impero etiopico, o Abissinia, come si diceva allora) il 3 OTTOBRE 1935, subito dopo la fine della stagione delle piogge, che rendeva impossibile qualsiasi manovra militare. L’attacco non fu preceduto da una formale dichiarazione di guerra. Questa scelta non fu dettata da motivazioni strategiche (cogliere di sorpresa il nemico, ad esempio), ma fu un deliberato gesto di disprezzo. Mussolini voleva mettere in evidenza che l’Etiopia – ai suoi occhi – non era uno Stato sovrano, bensì un territorio selvaggio, per il quale non valevano le regole del diritto internazionale.

3 ottobre 1935. Mussolini annuncia l'attacco all'Etiopia.

3 ottobre 1935. Mussolini annuncia l’attacco all’Etiopia

Il Duce progettò la campagna di aggressione contro l’Etiopia nei primi mesi del 1935  Poiché la guerra, nelle intenzioni di Mussolini, doveva portare prestigio all’Italia e lustro al fascismo, non ci si poteva in alcun modo permettere che l’operazione si concludesse con un fallimento. Nacque da questo timore la decisione di inviare contro l’Etiopia non un piccolo contingente coloniale, ma un vero esercito, di grandi dimensioni, paragonabile più alle armate che avevano combattuto in Europa, che alle forze tutto sommato ridotte impiegate fino ad allora dalle principali potenze sul continente africano. Gli italiani inviati in Africa a conquistare l’impero furono almeno 200 000, appoggiati da un ulteriore contingente di circa 100 000 ascari (soldati indigeni) eritrei. Trattandosi di una guerra del regime, però, un posto di rilievo fu assegnato anche alla milizia fascista, che inviò al fronte etiopico almeno 50 000 volontari. Si trattava in genere di fascisti convinti; molti di loro però, a posteriori, hanno ammesso di essersi arruolati per fuggire la disoccupazione. La maggior parte di questi non aveva una specifica preparazione militare: quindi furono utilizzati soprattutto nell’imponente lavoro di costruzione di strade, indispensabile per lo spostamento dell’esercito e dei mezzi motorizzati. Per la prima volta nella storia delle guerre coloniali, un esercito europeo affrontò una campagna militare in condizioni di superiorità numerica. La vera forza dell’esercito italiano, tuttavia, consisteva nel suo armamento, decisamente moderno, se confrontato a quello delle forze etiopiche. La relazione ufficiale del ministero della guerra ricorda 609 cannoni, 56 carri armati leggeri, 235 autoblindo e 15500 autoveicoli di vario tipo. Il costo dell’intera operazione fu imponente, in quanto materiali di ogni genere (comprese 23000 tonnellate di legname, 30000 tonnellate di cemento, per non parlare dei viveri, della benzina e delle munizioni: 821 milioni di cartucce per fucili e mitragliatrici e 4 milioni di proiettili per artiglieria) dovevano essere portati direttamente dall’Italia. Fra il 1935 e il 1939, per la conquista e l’occupazione dell’Etiopia, l’Italia spese circa 73 miliardi di lire. Rispetto al passato, la vera novità era costituita dall’aviazione, le cui azioni furono ampiamente celebrate dalla propaganda fascista. Rendendosi conto dell’importanza strategica della nuova arma, Mussolini non badò a spese: a fronte di un bilancio normale di 800 milioni annui, l’aeronautica militare poté disporre di circa 200 milioni al mese. Furono inviati in Africa circa 450 velivoli, ormai superati e arretrati per i parametri europei, ma perfettamente idonei al teatro coloniale. Gli aerei vennero smontati e caricati su navi, in quanto la Gran Bretagna non permise il sorvolo dell’Egitto e del Sudan. Di questi aerei, 13 furono abbattuti o messi fuori uso dagli etiopici, mentre 66 andarono perduti in operazioni di atterraggio o di decollo. In totale (calcolando anche il fronte somalo) l’aviazione italiana perse un centinaio di velivoli.

L’offensiva militare

L’offensiva fu condotta su due fronti. La maggior parte delle truppe era concentrata in Eritrea e dunque invase l’impero etiopico nelle sue regioni più settentrionali. Il comando di tale fronte Nord, in un primo tempo, venne assegnato a Emilio De Bono, ministro delle Colonie e alto esponente del partito fascista. Al Sud, in Somalia, si trovava invece il generale Rodolfo Graziani, che già si era segnalato per la brutalità con cui aveva “pacificato” la Cirenaica, negli anni 1930-1932.

(…) Dopo alcuni iniziali successi, De Bono rallentò la propria avanzata (…) a causa delle pessime condizioni delle strade e della carenza di infrastrutture portuali (…) Mussolini decise allora di sostituire De Bono con Pietro Badoglio (17 novembre 1935) mentre Graziani cercò in ogni modo di approfittare della situazione di stallo creatasi a Nord, per produrre una propria immagine di generale nuovo: fascista, dinamico e moderno.

(…) Quando Badoglio poté contare finalmente su tutte le risorse militari mobilitate dal regime, negli ultimi mesi del 1935 e all’inizio del 1936, dapprima respinse una controffensiva nemica, e poi attaccò le diverse armate avversarie, sconfiggendole. Durante l’offensiva, l’esercito italiano fece largo uso di GAS, che era già stato ampiamente utilizzato in Libia, tra il 1923 e il 1931, contro i ribelli che si opponevano alla dominazione coloniale italiana. Negli anni Trenta, l’aggressivo chimico più micidiale era L’IPRITE (chiamato mustard gaz dagli inglesi) (…) Dalla frammentaria documentazione sopravvissuta, risulta che sia stato Graziani (il 12 ottobre 1935) il primo a chiedere l’autorizzazione a usare tutti i mezzi (compresi gli aggressivi chimici) contro il nemico. Tale autorizzazione gli fu concessa da Mussolini il 27 ottobre. A fine anno, quando Badoglio rilevò De Bono al comando del fronte nord (17 novembre), il nuovo generale si trovò in difficoltà ad arrestare la violenta controffensiva etiopica. Pertanto, prima ancora di ottenere un formale permesso dal Duce (28 dicembre), Badoglio ordinò l’uso dei gas (20 dicembre). Gli attacchi chimici proseguirono per circa tre mesi (l’ultimo documentato risale al 31 marzo 1936). L’iprite era gettata sul nemico dall’aviazione (…) Ogni bomba irrorava di goccioline di liquido corrosivo (e, quindi, mortale) un’area ellittica di circa 500/800 per 100/200 metri. Gli effetti duravano diversi giorni: per questo motivo, l’iprite era usata solo lontano dal fronte, in modo che non potesse colpire soldati italiani. Per la stessa ragione, nessun reparto italiano (con l’ovvia esclusione degli aviatori) ha mai assistito a un attacco condotto contro il nemico mediate gli aggressivi chimici.

La resistenza etiopica

All’inizio dell’aprile 1936, la situazione dell’imperatore etiopico (il negus Hailé Selassié) era disperata, ma l’avanzata italiana avrebbe incontrato gravissime difficoltà, se fosse sopraggiunta la stagione delle piogge. Pertanto, Badoglio ordinò di puntare il più in fretta possibile sulla capitale, dando vita a quell’episodio che la retorica fascista chiamò poi la marcia della ferrea volontà. Addis Abeba fu raggiunta la sera del 2 maggio 1936. Tuttavia, i primi ad arrivare furono reparti di ascari. Mussolini e Badoglio concordarono sul fatto che non potevano essere questi soldati africani a entrare trionfalmente nella capitale, che dunque fu lasciata nel caos più completo per tre giorni, fino a quando non arrivò il generale stesso con le truppe nazionali. Il 5 MAGGIO 1936, Badoglio entrò ad Addis Abeba.

La sera del 9 MAGGIO 1936, il Duce tenne un solenne discorso dal balcone di Palazzo Venezia, per «salutare, dopo quindici secoli, la riapparizione dell’impero sui colli fatali di Roma».

Ma la vittoria militare e la proclamazione dell’impero non significarono affatto la fine delle ostilità e delle violenze in Etiopia. Due terzi del Paese sfuggivano al controllo italiano ed erano nelle mani di generali o funzionari del negus, che avevano almeno 100 000 uomini sotto il loro comando. La stessa Addis Abeba, pur occupata, era praticamente assediata, cioè circondata da bande di resistenti etiopici agguerriti e ben organizzati. Intuito il pericolo, Badoglio si affrettò a rientrare in Italia, mentre il comando passò a Graziani, investito il 20 maggio del triplice incarico di viceré, governatore generale e capo di tutte le forze armate presenti in Africa orientale. Nei mesi seguenti, Graziani si sforzò con ogni mezzo di liquidare la resistenza etiopica. Tutti coloro che venivano catturati erano fucilati o impiccati (particolare scalpore destò l’esecuzione sommaria del genero del negus, ras Destà, nel febbraio 1937), mentre il gas fu di nuovo impiegato su vasta scala: tra la fine ufficiale della guerra d’Etiopia e l’inizio del secondo conflitto mondiale, furono usate almeno 550 bombe caricate a iprite o ad altri aggressivi chimici. Il 19 FEBBRAIO 1937, due studenti eritrei lanciarono otto bombe a mano contro Graziani e altre autorità italiane, radunate per una cerimonia ufficiale. L’attentato provocò sette morti e una cinquantina di feriti, tra cui lo stesso Graziani. La rappresaglia venne guidata dal federale fascista della capitale, Guido Cortese, che sguinzagliò per Addis Abeba centinaia di squadre d’azione, che si dedicarono a una forsennata e sanguinaria caccia al moro. L’azione durò per tre giorni e furono assassinati moltissimi etiopici: i giornali inglesi e francesi dell’epoca riportavano cifre oscillanti tra i 1400 e i 6000 morti. Nei giorni seguenti, la rappresaglia proseguì in forma militare, cioè ufficiale, sistematica e legale, sotto il diretto controllo delle autorità. Circa 400 alti notabili vennero deportati in Italia, mentre numerosi altri furono condotti in campi di concentramento improvvisati a Nocra, in Eritrea, e a Danane, in Somalia. Un gran numero di indovini, cantastorie ed eremiti – rei di profetizzare la rapida disfatta degli invasori – fu arrestato ed eliminato. I soli carabinieri, tra febbraio e maggio del 1937, fucilarono 2509 etiopici. L’episodio più grave della pacificazione condotta da Graziani avvenne nella città conventuale di Debrà Libanòs, i cui monaci furono accusati di aver protetto i terroristi che avevano compiuto l’attentato a Graziani. Stando al rapporto steso dal generale Pietro Maletti, responsabile dell’azione, il 21 maggio 1937 vennero uccisi 297 monaci (compreso il vicepriore) e 23 laici; in realtà, probabilmente, in quell’occasione gli etiopici assassinati furono almeno mille. Inoltre, il 26 maggio, Graziani ordinò l’esecuzione di tutti i diaconi (129 persone) e di altri 276 tra insegnanti e studenti di teologia. Nell’insieme, la rappresaglia contro Debrà Libanòs provocò dunque la morte di almeno 1400 etiopici.

La propaganda di regime

In Italia, la guerra fu preparata e accompagnata da un’imponente campagna di propaganda. Tutti i mezzi di comunicazione di massa furono mobilitati e posti al servizio dell’impresa coloniale del regime. Gli italiani furono sommersi da una vera inondazione di messaggi relativi all’Africa.

Per tutta la durata del conflitto, il notiziario radiofonico andò in onda in sei edizioni giornaliere (per un totale di 7256 ore di trasmissione, pari al 21,20% dei programmi).

Quanto al cinema (definito dallo stesso Mussolini «l’arma più forte») si giovò soprattutto dei cinegiornali (VIDEO), la cui proiezione era obbligatoria in tutte le sale, prima dell’inizio di qualsiasi spettacolo. L’Istituto Luce produsse circa 140 cinegiornali tra l’ottobre 1935 e il maggio 1936: più di 110 contenevano almeno un filmato di argomento africano, mentre in molti casi l’intero notiziario proiettato era dedicato alla guerra vittoriosa o alla fondazione dell’impero.

Per quanto riguarda la stampa, dobbiamo ricordare soprattutto le celebri tavole illustrate della “Domenica del Corriere” e la rivista per bambini “Il Corriere dei piccoli”. In linea di massima, la propaganda fece più uso dell’immagine, che della parola, in un Paese in cui il tasso di analfabetismo era ancora molto alto (17%, su scala nazionale), soprattutto al Sud e nelle isole (dove, nel 1931, un ventenne su tre era analfabeta). Dunque, manifesti, vignette e cartoline postali ebbero un ruolo decisivo nella propaganda di regime.

IL FASCISMO E LA MERCIFICAZIONE DELLA DONNA ETIOPE

In essa, l’Etiopia veniva frequentemente descritta come una specie di paradiso sessuale, o meglio come un luogo in cui il maschio italiano avrebbe potuto facilmente appagare tutti i propri desideri erotici. Le donne africane furono spesso raffigurate a seno nudo, segno eloquente di una straordinaria disponibilità a concedersi al conquistatore.

È importante segnalare questo iniziale orientamento della propaganda fascista, non solo perché denota un razzismo e un maschilismo formidabili (la donna etiope non è una persona: è sempre e solo un oggetto, una merce, una preda), ma soprattutto perché il regime, in un secondo momento, cambierà completamente la propria linea. Dal 1938, infatti, saranno vietati i matrimoni misti, mentre ogni forma di unione mista sarà rifiutata, screditata e disprezzata come contraria all’onore e alla purezza della razza italiana: conquistatore e suddito dovevano restare separati, senza mescolanze e fraternizzazioni di alcun genere.

LE LEGGI RAZZIALI FASCISTE - 1938

LE LEGGI RAZZIALI FASCISTE – 1938

Nel 1935-1936, tra le truppe italiane impegnate in Etiopia circolò un pacchetto di otto vignette satiriche, disegnate dal pittore Enrico De Seta. Pur essendo ben piccola cosa, nel quadro più ampio della propaganda fascista, esse rappresentano una specie di picco, nell’ambito della mentalità razzista che il regime stava elaborando, e che di lì a poco (nel 1938) avrebbe proposto agli italiani. Il primo dato che colpisce nelle cartoline illustrate da De Seta è la schiettezza, l’assenza di ipocrisia. La costruzione dell’impero è privata di qualsiasi missione civilizzatrice dell’uomo bianco. Al contrario, l’italiano è presentato come un soggetto che si reca in Africa perché può trovare a buon prezzo tutto ciò che gli manca in Europa: sesso, prestigio, potere. In questo materiale satirico, gli africani sono privati di qualsiasi umanità. Le donne sono merce, oggetti da comprare e persino spedire come pacchi postali, mentre gli uomini sono guardati come animali. Il caso limite si avrà nell’equiparazione tra abissini e insetti, quasi a giustificare che il gas sia l’arma più efficace (e opportuna) da usare nei loro confronti.

RAZZISMO FASCISTA

RAZZISMO FASCISTA

In una vignetta disegnata da E. Ligrano, il negus è disprezzato secondo modalità che richiamano alla memoria lo squadrismo e il frequente ricorso che esso faceva all’olio di ricino come strumento per neutralizzare e umiliare gli avversari politici. In verità, al sovrano etiopico è somministrata della benzina: un trattamento che lascia trapelare la disponibilità all’eliminazione radicale di tutti coloro che si oppongono al nuovo dominio italiano e fascista. Il tutto accompagnato da un’esclamazione beffarda, non priva di precoci risvolti antisemiti («Bevi figlio di… Giuda»). 

RAZZISMO FASCISTA

RAZZISMO FASCISTA

La brutalità degli italiani in Etiopia

In Etiopia, il fascismo mostrò pienamente il proprio volto razzista e violento. Dapprima, per sconfiggere l’esercito etiope, vennero impiegate grandi quantità di gas. Più tardi, dopo la vittoria, ogni forma di resistenza fu schiacciata con le rappresaglie e i campi di concentramento.

Tra il 22 dicembre [1935, n.d.r.] e il 18 gennaio 1936, oltre 2 mila quintali di bombe, in gran parte caricate a gas vescicante (iprite), vengono gettate non soltanto sulle armate etiopiche in movimento, ma anche sui villaggi indifesi, sulle mandrie, i pascoli, le colture, i fiumi, i laghi.

Sugli effetti devastanti delle incursioni aeree fasciste, è lo stesso Hailé Selassié [l’imperatore d’Etiopia, n.d.r.] che porta una drammatica testimonianza:

«Ogni essere vivente che veniva toccato dalla leggera pioggia caduta dagli aeroplani, che aveva bevuto l’acqua avvelenata o mangiato cibi contaminati, fuggiva urlando e andava a rifugiarsi nelle capanne o nel folto dei boschi per morirvi. C’erano cadaveri dappertutto, in ogni macchia, sotto ogni albero, ovunque ci fosse una parvenza di rifugio. Presto un odore insopportabile gravò sull’intera regione. Non si poteva pensare di seppellire i cadaveri, perché erano più numerosi dei vivi. Bisognò adattarsi a vivere in questo carnaio. Nel prato vicino al nostro Quartier generale, a Quoram, più di 500 cadaveri si decomponevano lentamente». […]

Alle 22,30 [del 9 maggio 1936, n.d.r.], ai trenta milioni di italiani che lo ascoltano nelle piazze, il duce del fascismo annuncia che «i territori e le genti che appartenevano all’impero d’Etiopia sono posti sotto la sovranità piena e intera del Regno d’Italia» e che «il titolo di imperatore viene assunto per sé e per i suoi successori dal Re d’Italia». La folla, impazzita dalla gioia, lo richiama al balcone di Palazzo Venezia, per applaudirlo, quarantadue volte. […] La verità è che il 28 luglio 1936 i partigiani etiopici accerchiano Addis Abeba e tentano di occuparla. […] Per rompere l’assedio ad Addis Abeba, Graziani, che da un paio di mesi è succeduto a Badoglio come viceré, deve impegnare tutte le sue forze e dare inizio a quelle operazioni di «grande polizia coloniale», che sono in realtà delle vere e proprie azioni di guerra e che dureranno ininterrottamente sino al marzo del 1937. […] Fatto bersaglio, il 19 febbraio 1937, di un attentato, la sua [di Graziani, n.d.r.] reazione è sconsiderata, rabbiosa, feroce, al punto da consentire a squadracce organizzate dal federale Guido Cortese di compiere rappresaglie in Addis Abeba, per tre giorni consecutivi, che causano la morte di migliaia di innocenti (30 000, secondo le stime etiopiche; 3/6000, secondo altre, più attendibili).

GENOCIDIO FASCISTA IN ETIOPIA

GENOCIDIO FASCISTA IN ETIOPIA

Non potendo mettere le mani sui veri esecutori dell’attentato, il viceré Graziani liquida inoltre ciò che è rimasto dell’intellighenzia etiopica, fa fucilare 449 monaci e diaconi della città santa di Debrà Libanòs e persino ordina la soppressione di migliaia di indovini e cantastorie, rei soltanto di aver predetto la fine prossima dell’occupazione italiana. Senza contare i 400 notabili deportati in Italia e altre migliaia inviati nei lager micidiali di Nocra e Danane.
Prendiamo, ad esempio, il campo di concentramento di Danane, costruito in tutta fretta in Somalia, in riva all’Oceano Indiano. Il notabile Micael Tesemma, che vi trascorre tre anni e mezzo, assicura che, su 6500 etiopici che si sono avvicendati nel lager tra il 1936 e il 1941, 3175 vi hanno perso la vita per la cattiva e la scarsa alimentazione, l’acqua salmastra, la mancanza di igiene, il clima malsano, la malaria e l’enterocolite. È molto probabile che le cifre relative ai decessi, fornite da Micael Tesemma, siano esagerate, ma che Danane sia una sorta di bolgia dantesca lo conferma lo stesso comandante del campo, colonnello Eugenio Mazzucchetti, il giorno stesso in cui viene insediato a Danane. Scrive, infatti, il 13 agosto 1937 nel suo «Diario» rimasto inedito:

«Il campo mi viene mostrato dal capitano Grasso. Come mi era stato detto, sono tre campi uomini e uno donne, circondati da mura alte almeno quattro metri. Gli uomini sono intasati in tucul cadenti e le donne in tende “Leonardo da Vinci” stracciate e scosse dal vento. Uomini e donne sono poi luridi, con gli indumenti stracciati, e sono lasciati nella completa inazione tutto il giorno. Appena entrato nel campo uomini, mi si è presentata la scena di un cadavere nudo e scheletrito, rigido come un baccalà, che stavano lavando per poi seppellirlo. Le donne e qualche uomo mi si sono fatti incontro mostrandomi delle pagnotte con l’interno verde come del gorgonzola. Altri mi dicono che non possono mangiare il rancio perché danno sempre riso e cattivo».

La memorialistica della guerra d’Etiopia

In questa pagina, lo storico del colonialismo Nicola Labanca presenta alcuni criteri di metodo, in base ai quali leggere i numerosi racconti di memorie pubblicati sul tema della campagna d’Etiopia in età fascista. Visto che il regime controllava l’intero sistema editoriale, potevano uscire solo resoconti che davano di quella vicenda un’immagine positiva. Eppure, letti con attenzione, anche i testi in apparenza più soggetti all’influenza della propaganda lasciano emergere i gravi problemi organizzativi e militari che gli italiani incontrarono durante la campagna.

La guerra d’Etiopia dice molto del regime fascista che l’aveva scatenata. Considerarla un episodio esterno, isolato e lontano, rispetto alla vita dell’Italia della metà degli anni trenta, ripete l’antico errore di ritenere la storia militare – e in questo caso la storia coloniale – una parentesi separata. La guerra del 1935-36 fa invece parte integrante della storia del regime e dell’Italia di quegli anni. Si pensi, oltre all’impatto delle sanzioni, della martellante propaganda, delle dimensioni della militarizzazione della popolazione italiana in quei mesi – alle varie forme di mobilitazione messe in atto dal regime. Si pensi per esempio alla giornata delle fedi, quando [il 18 dicembre 1935, n.d.r.] tutte le famiglie furono chiamate a versare oro alla patria: in maniera diversificata la giornata delle fedi toccò ogni ceto sociale (Venne dichiarata persino festività civile nazionale, per quanto poco osservata a partire già dal 1939). La guerra d’Etiopia fu soprattutto un conflitto vinto dal fascismo. Le opposizioni antifasciste, quelle sopravvissute all’interno più di quelle ormai da tempo costrette all’esilio, si trovarono in grandi difficoltà di fronte a quello che comunque apparve un successo del regime. Non fu una vittoria di una guerra mondiale (gli italiani lo capirono), ma fu una vittoria imposta dal fascismo in faccia a tutto il mondo.

Per tutte queste ragioni, la rappresentazione della guerra, non meno delle sue effettive modalità di svolgimento, costituì un appuntamento importante per il regime, da curare con attenzione. […] Non avrebbe dovuto stupire se gli scritti dei combattenti che decisero di pubblicare le proprie memorie di guerra nel decennio compreso tra la fine dell’impresa etiopica (1936) e il crollo definitivo del fascismo in Italia (1945) furono impregnati di propaganda. In un certo senso, quegli scritti erano una parte stessa della propaganda di regime sorta attorno alla guerra d’Etiopia, che attraverso quelle pagine trovava conferme, si arricchiva di motivi e soprattutto si prolungava nel tempo ben al di là della fine delle operazioni. Era possibile altrimenti? Sarebbe ingenuo sottovalutare il fatto che in quel decennio era impossibile la pubblicazione di memorie integralmente contro. Anche coloro che rielaborarono la propria esperienza etiopica in un linguaggio diverso da quello della propaganda o in forme critiche, sia pure in una dimensione non politica ma solo letteraria – si pensi al registro onirico prescelto da Ennio Flaiano – avrebbero dovuto aspettare la fine del regime. Il romanzo “Tempo di uccidere” apparve solo nel 1947.

Memorialistica uguale propaganda, insomma? Memorialistica coloniale inutile, allora? Siamo inclini a dare una risposta articolata: propaganda sì, ma non solo; utile certamente, ma a seconda delle domande che a questa fonte vengono rivolte. Per esempio, se ci interroghiamo sulla storia e sull’evoluzione dell’immaginario coloniale in Italia, allora la memorialistica della guerra d’Etiopia appare, a settant’anni di distanza, ancora utilissima. D’altro canto, che tale memorialistica sia fortemente segnata dalla propaganda non appare un motivo sufficiente per non ritenerla una fonte adeguata; semmai ne denota solo un carattere che consiglia un’avvertenza speciale nel trattarla. Peraltro, è necessario distinguere fra propaganda consapevolmente scelta e propaganda in qualche modo subita, assimilata. […] Facciamo qualche esempio concreto. Quasi tutti i temi emessi dalla propaganda di regime si trovano ricevuti dalla memorialistica edita in quegli anni. I combattenti della guerra d’Etiopia erano ben consapevoli che «quella che si sta compiendo è la prima grande impresa guerresca dell’Italia Fascista» e non è raro trovare nelle loro memorie che «sempre la guerra è una cosa seria in clima duro; ma la vita di guerra è la sola che per la sua assoluta pienezza valga la pena di vivere per un popolo che voglia essere veramente il continuatore della tradizione e della storia di Roma. Alzarsi ogni mattina disposti a gettare la vita come un grido verso il sole perché rimanga, viva, e fiorisca l’unica realtà concreta per un popolo: la Patria!». Taluni eccedevano («la folla appare come una guerriera adunata di eroi risorgenti») e leggendo le loro memorie sembra quasi di sfogliare un foglio d’ordini del PNF. […] Ma tutta la memoria era propaganda, e solo propaganda? In realtà dovremmo sapere che la propaganda non è pura invenzione; essa seleziona e presenta, con accorgimenti e a fini di parte, fatti e dati che comunque esistono. Allo storico potrebbe anche essere utile sapere, per dirlo con una metafora, dove la lingua della propaganda batte, perché, leggendola in trasparenza e non facendosi influenzare dai suoi argomenti, sarebbe sicuro di trovare il punto in cui il dente della storia duole. Rileggiamo quindi più attentamente alcune pagine, dal tono chiaramente propagandistico e intimamente fascista, di alcune di queste memorie. Pensiamo, per esempio, al modo idilliaco con cui vengono presentati i rapporti fra esercito e Milizia […] oppure soffermiamoci sull’altro passo, che ritrae soldati e militi gaiamente alle prese con le difficoltà dell’approvvigionamento:

«Gli Ascari hanno intraveduto in lontananza nella luce violetta del tramonto una mandria di bovini e l’hanno catturata in pieno. Son centoventi capi di bestiame grasso, ben pasciuto dall’erbetta dello Scirè. Giusto la truppa è a corto di viveri. Invece di disturbare gli aerei e consumare benzina sanzionista si organizza un grande macello all’aria aperta. – Per cucinare la carne, arrangiatevi!, dicono gli ufficiali. E i Fanti e i Legionari [i soldati della Milizia volontaria fascista, n.d.r.] si arrangiano. La campagna si empie di fuocherelli. A gruppi di quattro o di otto, ognuno col suo bravo quarto di spalla o di culatta, i soldati vanno in cerca di sassi per accomodarsi un focolare di fortuna e di legna per il fuoco. Qualche gruppo sibarita spinge la sua raffinatezza fino a confezionarsi uno spiedo… Il Corpo d’Armata consuma gaiamente il suo rancio. Manca il sale. Manca il pepe. E chi se ne frega! La carne è buona e sugosa. I Fanti e i Legionari la condiscono con il loro appetito ventennale. Da una forra è venuta fuori un po’ d’acqua. Due dita per ognuno. E contentiamoci!».

Sapremo così che i soldati devono contentarsi, arrangiarsi. Oppure sfogliamo le pagine in cui si vorrebbe presentare l’esperienza dei soldati della guerra d’Etiopia nei termini di una passeggiata militare in cui, «insensibili alla fatica, Fanti e Alpini non chiedono che di andare innanzi. L’ebbrezza della conquista galvanizza i loro muscoli poderosi», e vedremo confermato che la fatica c’era… Ricapitolando, la retorica circolante in questi brani vorrebbe, come la propaganda da cui prende spunto, cancellare i dati di fatto e i problemi: in realtà li conferma. Ecco allora che, camuffati sotto un linguaggio retorico, questi stessi passi possono essere utili per rivelare, suggerire, far pensare ai problemi e ai tratti della guerra che il regime aveva inutilmente cercato di nascondere. Cioè, per riprendere gli esempi e i brani sopra citati, i conflitti e le frizioni tra le forze armate regolari e la Milizia, le difficoltà e gli imprevisti, la fatica dei combattenti. Se attentamente sollecitata, persino la propaganda – il regno della menzogna – può essere utile e addirittura, secondo un meccanismo che è noto a ogni studioso di storia della propaganda e in particolare di quella dei regimi totalitari, dire la verità. 

Colonialismo e identità di genere

Il colonialismo italiano in Eritrea e in Etiopia fu un’avventura prevalentemente maschile. A fronte di una massiccia presenza di soldati, operai o coloni, il numero delle donne italiane era quanto mai esiguo. Sia pure a malincuore, il regime accettò che nell’Africa orientale la prostituzione diventasse un fenomeno di massa. Inoltre, persino dopo l’emanazione delle leggi razziali, in modo sommerso e semiclandestino proseguì anche il fenomeno delle madame, concubine nere che vivevano stabilmente nelle case degli italiani benestanti, che potevano mantenerle. Al di là delle sfumature negli atteggiamenti, gli italiani, in generale, frequentarono spesso i bordelli e le prostitute, anche africane.

Colonialismo e prostituzione

Colonialismo e prostituzione

Il ricorso alla prostituzione fu infatti una realtà accettata e pubblicamente ammissibile anche dopo le leggi razziali, perché la relazione con la prostituta era concepita come atto puramente sessuale e funzionale a soddisfare un bisogno esclusivamente fisiologico. Certo, era preferibile che gli italiani si rivolgessero alle prostitute bianche dei bordelli, ma vista la carenza di questo tipo di offerta si poteva ammettere anche il rapporto con la prostituta indigena, a condizione però che non si trasformasse in un legame affettivo o, peggio ancora, in un concubinaggio: il contatto doveva cioè rimanere impersonale e occasionale, un puro scambio tra cliente e fornitore. […] Le indigene non svolsero però solo il ruolo di prostitute accanto agli italiani: alcune li affiancarono nel loro soggiorno africano come concubine, come madame. L’usanza del concubinaggio nelle colonie era stata fin dall’inizio giustificata attraverso l’argomento che le stesse regole matrimoniali indigene lo consentivano, e che quindi la pratica dei colonizzatori non faceva che ricalcare i costumi locali. Se effettivamente esisteva tra gli abissini l’istituto del matrimonio per mercede, cioè per demoz, vale a dire un’unione coniugale a termine che prevedeva una ricompensa per la donna, questo comportava però anche una serie di doveri e responsabilità per lo sposo, e si configurava come un vincolo matrimoniale a tutti gli effetti. Gli italiani si appropriarono invece in maniera distorta, per ignoranza ma anche per convenienza, di questa tradizione indigena, trasformandola nella pratica del cosiddetto madamato, cioè in una relazione in cui le donne africane svolgevano il ruolo di serva e concubina, senza nessun diritto legalmente riconosciuto.

MADAMATO ETIOPIA

MADAMATO ETIOPIA

Ciò non significava, ovviamente, che gli atteggiamenti di alcuni italiani non potessero essere anche di rispetto, affetto o amore nei confronti delle loro madame, come pure, in altri casi, di violenza, sfruttamento o indifferenza. La cosa certa è che la presenza di queste donne fu importante nella vita quotidiana di molti per vari motivi: le madame furono compagne sessuali e/o affettive che lenivano la solitudine e la noia, lavoratrici domestiche che li nutrivano e li accudivano, mediatrici linguistiche e culturali rispetto alla società locale. Le testimonianze che accennano alla realtà del madamato nel periodo dell’Impero indicano innanzitutto che queste donne erano spesso giovanissime, di fatto delle bambine, come racconta L.C.:

«Noi militari stavamo bene, eravamo allegri, a venti anni. Abbiamo avuto le nostre donne, come tutti, le donne indigene, perché quelle italiane sono venute dopo, a guerra finita. Le nostre donne erano ragazzine, ci facevano anche i lavori, avevano 12 o 13 anni, là una donna a 30 anni è già vecchia».

Dai ricordi di un altro italiano, V.B., emerge come il fatto di avere una madama significasse avere una vita normale, e come la pratica fosse diffusa anche dopo il 1937, quando le leggi razziali lo avevano proibito:

«Anch’io avevo una nera e ho fatto una vita normale. La presi che aveva 13 anni, io ne avevo più di 20. L’ho tenuta per 2 anni, poi l’ho lasciata. Era meglio tenere una donna in casa che andare fuori, perché potevano sempre succedere disgrazie. Io ero contento, le avevo trovato una casa nel centro di Addis Abeba e viveva bene. Era considerata come donna di servizio, ma la tenevo anche di notte, anche se non si poteva. C’erano sempre delle scuse, era difficile verificare, e in più lei aveva una camera separata, e così non ho mai avuto problemi. Certo se avessi voluto, non avrei potuto sposarla».

Il racconto di V.B. conferma come dopo la stretta segregazionista il concubinaggio diventò una realtà parzialmente sommersa, ma difficilmente punita dalla legge, e comunque preferibile, almeno da alcuni, al ricorso alla prostituzione. […] Nel periodo precedente alla campagna d’Etiopia e alle leggi razziali, il madamato era stato un legame di tipo familiare riconosciuto e socialmente accettato all’interno della comunità bianca, nonché, talvolta, un mezzo di parziale ascesa sociale ed economica per le indigene (come dimostrato anche dai ruoli non secondari attribuiti alle madame nei romanzi). Con la fase imperiale della colonizzazione italiana le cose cambiarono. […] I riflessi di questi mutamenti appaiono evidenti nei racconti e nelle memorie posteriori al 1935, perché qui il silenzio è pressoché totale. L’assenza del tema non è dovuta, infatti, semplicemente a un generico pudore nel raccontare questioni intime, dal momento che, come abbiamo visto, spesso gli italiani descrivevano gli incontri occasionali con le indigene, e in particolare con le prostitute; né si tratta di un silenzio dovuto a una sorta di negligenza verso un fenomeno ritenuto trascurabile. È più probabile che si tratti invece di una omissione intenzionale, frutto di un’autocensura a proposito di una realtà che, se non era personale, era comunque vicina e presente nel contesto circostante, ma ufficialmente condannata ed esecrata. Qualche cosa perciò che si praticava nel privato, ma di cui non si poteva parlare in pubblico. Ciò doveva evidentemente avere delle ripercussioni precise e non indifferenti anche sulla concretezza di queste relazioni interrazziali, e non solo a scapito delle donne indigene e degli eventuali figli che non potevano essere riconosciuti. Infatti, la stigmatizzazione sociale del madamato creò probabilmente difficoltà e disagi anche nella vita privata degli italiani, costringendoli a vivere relazioni domestiche e intime, quando non amorose, in condizioni di incertezza, se non di clandestinità, spesso oggetto di riprovazione e condanna sociale.

 

Sitografia

http://storicamente.org/index

http://win.storiain.net/arret/num146/artic5.asp

http://www.officinadellastoria.info/magazine/index.php?option=com_content&view=article&id=349%3Adonne-in-aoi-fotografie-tra-sguardo-pubblico-e-privato&catid=68%3Afotografia-e-storia

http://mediterranea.mediterraneaonline.eu/it/08/view.asp?id=2190

http://it.picclick.com/Collezionismo/Cartoline/Militari/

 

 

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